Venite e vedete

Per diventare discepoli di Gesù occorre un incontro personale con Lui. Questo è il metodo che scaturisce dal mistero dell’Incarnazione

Perché un giovane dovrebbe andare in Terra Santa? Questa è la domanda che qualche settimana fa mi ha rivolto uno studente dell’Università Cattolica di Milano durante un incontro di preparazione a un pellegrinaggio. Per giorni l’interrogativo posto dal giovane ha dominato i miei pensieri. Sono stato costretto a guardare a fondo la mia esperienza di questi anni senza limitarmi a una risposta precostituita e, per certi versi, scontata.

Nel riflettere sulla domanda avanzata dallo studente, tra tutte le pagine evangeliche una, con sempre più forza, si imponeva alla mia mente: il racconto dell’evangelista Giovanni della vocazione dei primi discepoli sulle rive del fiume Giordano (Vangelo di Giovanni 1,35-39). Due uomini stavano con il Battista. Lo seguivano da tempo e, immagino, stessero con lui perché profondamente desiderosi di una vita piena, ricca di senso e ragione, una vita spesa per Dio. E quel giorno, quasi inaspettatamente, il maestro indica loro con certezza e determinazione un uomo, l’Agnello di Dio, il compimento della loro ricerca.

Quanto doveva essere grande il loro desiderio e quanto doveva essere credibile il loro maestro se, senza esitare, lo hanno lasciato per seguire uno sconosciuto. Gesù si accorge di essere seguito e dopo qualche istante si volta e pone una domanda: «Che cercate?». Non chi, ma cosa cercate. Non dunque: «Cercate me?». Che sarebbe ovvio.

Ma: «Cosa sperate di ottenere seguendomi?». Gesù conosce e penetra i cuori di tutti. Non ha bisogno di informarsi ma con questa domanda induce il discepolo a prendere coscienza del vero oggetto della propria ricerca.

Cercare esprime un desiderio, uno slancio, una passione. Gesù voltandosi e ponendo quella domanda costringe gli interlocutori a chiedersi qual è il loro desiderio primario, quello che sta al di sopra di ogni altro desiderio. Perché si può seguire Gesù con desideri insufficienti (che non reggono nel tempo) o addirittura sbagliati (come la folla dopo la moltiplicazione dei pani che lo segue e vuole farlo re perché gli ha risolto un problema nella vita).

Alla domanda di Gesù i due rispondono con un’altra domanda: «Dove abiti?» Non si tratta semplicemente di voler conoscere il suo indirizzo di casa e dove tiene scuola per andare a trovarlo. È una domanda profonda che potrebbe essere riformulata così: dove posso dimorare con te? Dove entrare in comunione di vita con te? Dove condividere la tua vita, la tua missione il tuo destino? La contro risposta di Gesù segna il metodo cristiano di ogni sequela: venite e vedete. Per diventare discepoli di Gesù non basta una testimonianza (quella del Battista) né la propria ricerca. Occorre un incontro personale con Gesù, occorre un’esperienza di convivenza con Lui. Bisogna «andare», «vedere», «stare» e «dimorare» con Lui.

Questo è il metodo che scaturisce dall’Incarnazione. Dio non ha voluto solo farsi conoscere ma, con la sua nascita nel tempo e nello spazio, ha voluto entrare in rapporto con gli uomini dando la possibilità di «dimorare» con Lui.

La Terra Santa è la geografia del «dimorare» di Dio con gli uomini.

Perché, dunque, andare in Terra Santa? Perché innanzitutto abitati da un desiderio di vita autentica.

Perché qualcuno (un testimone affidabile) ci ha additato Gesù come compimento del nostro desiderio.

Perché Gesù è ancora oggi incontrabile e si può ancora «dimorare» con Lui nella sua comunità che è la Chiesa, nella sua Parola, nei suoi Sacramenti, nel volto del fratello che chiede un bicchiere d’acqua e anche nella sua Terra. All’inizio c’è sempre un desiderio che può essere colmato solo da un’esperienza.

Così è stato per san Francesco.

Tommaso da Celano racconta che «la sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente […] gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo» (Vita prima, 84). A partire da questo nasce il presepe di Greccio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello» (idem).

Si va in Terra Santa perché Gesù, che scruta i nostri cuori e desideri, ci invita a casa Sua, nella Sua Terra (venite), per fare esperienza di Lui, per dimorare con Lui (vedete).

Cercare, venire e vedere sono dunque le tappe di ogni cammino verso Gesù.

fra Francesco Ielpo ofm
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