Scendendo dall’aereo

Nome: Sara
Dal: 01-11-2014
Al: 10-11-2014

Scendo dall’aereo e tocco terra. Tornata a casa. Di solito in questi frangenti il pensiero corre alla velocità della luce e fa tappa sulla triade letto-lavatrice-lavoro, segno concreto e ineluttabile di un ritorno alla cosiddetta normalità. Ma questa volta non succede. Oggi è il cuore traboccante di esperienze ad avere la meglio su “… tutto quello che devo fare domani”. Ogni abbraccio di congedo è un sussulto di memoria: davanti agli occhi scorre un pullman pieno di noi, destinazione deserto del Negev, nella parte sud di Israele, all’ingresso del parco di En Avdat. Il nostro pellegrinaggio in Terra Santa non poteva che partire da qui. Per dirla con il profeta Osea, siamo stati condotti nel deserto da Qualcuno che voleva parlare al nostro cuore, quello di noi pellegrini delle Dieci Parole che questo viaggio, in realtà, lo hanno già cominciato due anni fa, se non prima.

“Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio fuori di me”: il primo Comandamento risuona dal Monte Sinai, nell’Egitto confinante, e soffia nel vento di una Storia millenaria capace di plasmare lo splendore roccioso che ci circonda. Ci sentiamo come Mosè davanti al roveto ardente, infinitamente piccoli di fronte a questa Immensità Creatrice e bisognosi di rinnovare il nostro sì all’Alleanza con Dio, quel Padre premuroso che ci vuole far scoprire la bellezza della creazione per aiutarci a scoprire, o riscoprire, la bellezza che è dentro di noi.

Noi. Una cinquantina di vagabondi sui sentieri più fantasiosi che la vita disegna ogni giorno davanti ai nostri piedi. Siamo quelli che ci vogliono provare con tutte le loro forze a non sbagliare strada, uniti ancora una volta in un’avventura percepita come un dono già da prima che cominciasse.

C’è chi sta ancora aspettando il suo fardello davanti al rullo bagagli. Un ultima, necessaria attesa prima di riprendere ognuno il proprio posto nel mondo. Sui volti uno sguardo ancora vagante e uno strano sorriso, un misto di lucida serenità e pacata dolcezza. Scommetto su una sensazione comune, più forte di ogni stanchezza umana: la gratitudine per aver toccato con mano un’Intimità a cui non siamo abituati. Innanzitutto con la natura, dentro il tripudio di vegetazione dell’oasi di Ein Gedi, dove in una delle tante caverne scavate nella roccia Davide si nascose a Saul e, lasciandosi alle spalle le profondità sterili del Mar Morto, fece trionfare la vita, rifiutandosi di uccidere l’Unto del Signore.

Poi un’intimità con la nostra creazione, celebrata con un secondo Battesimo sulle rive del Giordano. Figli di Dio chiamati per nome dai nostri tre “abuna” – per noi padri – Francesco, Renato e Pierino. Un’intimità anche con i nostri sacerdoti, i pastori di questo gregge multiforme, quelli che sembrano avere sempre un filo diretto con il Cielo, che ci guidano in Terra Santa e nelle pieghe più nascoste della nostra esistenza, che ci ascoltano, ci incoraggiano e ci svegliano, che si fanno testimoni e custodi. Della Parola e dei luoghi in cui la Parola si è fatta carne. Come Fra Anthony, uno spilungone americano che ha trovato la sua pace in una chiesina di Gerico: il suo italiano stentato (ma tenerissimo) delinea il ricordo ancora vivo delle ferite dell’anima procurate in gioventù, tra i vitelli d’oro di New York City e la speranza nascosta di rivedere la Luce, come il cieco Bartimeo guarito da Gesù nella città che poi sarebbe diventata la sua casa. Si trova in mezzo a una guerra diversa, adesso, calato nel territorio più martoriato del mondo e della storia, chiamato a dividere una porzione di strada con una moschea alta cinque volte la chiesa e a donare alla minoranza cattolica il bene forse più prezioso e necessario: la sua presenza al loro fianco.

E poi, soprattutto, abbiamo fatto esperienza di un’intimità nuova con i luoghi della memoria. I territori mentali che hanno sempre abitato le nostre preghiere diventano spazi fisici da percorrere, panorami su cui far scorrere lo sguardo, dettagli su cui soffermarsi. Gerusalemme dall’alto è una distesa di diversità concomitanti. L’occhio attento scruta la città saltando dal Monte del Tempio alla dorata Cupola della Roccia, dalla croce che svetta sul campanile della Chiesa protestante del Redentore all’immensa Moschea al-Aqsa, dove dicono giunse Maometto al termine di un miracoloso viaggio notturno e da cui poi ascese al cielo in groppa al destriero Buraq: terza città santa in ordine d’importanza per l’Islam, dopo La Mecca e Medina, e unica Città Santa per due delle tre principali religioni monoteistiche, Cristianesimo ed Ebraismo. I motivi per cui tutti se la contendono si respirano nell’aria, in ogni vicolo della Città Vecchia attraversata da giovani militari israeliani con le armi in pugno e frettolosi ebrei ultraortodossi in marcia verso la preghiera, ben attenti a non entrare in contatto con occasioni di impurità, siano esse donne o religiosi di altra confessione.

Ci avviciniamo cauti al Muro Occidentale, forse alla ricerca inconscia di un’intimità anche con i fratelli ebrei. Il Muro è il Tempio, il Tempio è Dio. E il Pianto che sgorga davanti a Dio è l’incarnazione di una nostalgia che si fa speranza, nell’attesa paziente e testarda di Qualcosa o Qualcuno che per loro non è ancora arrivato. Nel cuore un’eterna aspettativa, sul capo un lembo di tessuto per ricordarsi che Dio è lassù e tu sei quaggiù, infinitamente indegno di entrare in contatto con Lui. “Copriti la testa in modo che il timore del Cielo sia su di te”, afferma il Talmud. Mentre procediamo verso il Cenacolo, finalmente capiamo perchè noi non abbiamo bisogno di coprire il nostro capo con una kippah: inginocchiati nella stanza dell’Ultima Cena sentiamo nel cuore la voce di Gesù che si fa pane per noi, in noi. La separazione tra Cielo e terra si annulla, risolvendosi in una Comunione. Nonostante non vi si possa celebrare la Messa, la nostra intimità con l’Eucarestia nasce proprio in questo spazio spoglio, essenziale, sovrastante la tomba del Re Davide e contenente una nicchia che indica la direzione della Mecca, per ricordarci di quella parentesi storica in cui il Cenacolo fu convertito in moschea. Occhi lucidi e sguardo che non permette la distrazione, perchè non ha icone sacre su cui appoggiarsi. Privilegiati da un silenzio insolito per questi luoghi, l’intimità con il Pane di vita ci accompagna dentro il piccolo grande giardino dell’Eden che contiene la chiesa e il convento francescano dei “Guardiani del Monte Sion” e si manifesta poi nelle parole di Fra Diego, che apre per noi le porte del Getsemani invitandoci a contemplare la Passione di un Innamorato che lotta per amare. Con passione, appunto. Contro ogni tentazione che gli gridava nelle orecchie: “Sei un fallito! Cosa credi di fare? Salvare il mondo, per caso?”. Fino alla morte, fino al sacrificio più alto e più sacro. Dal “luogo del frantoio” – questo significa Getsemani – l’intimità con questi alberi possenti, scoperti figli di uno stesso ulivo padre testimone delle lacrime di Cristo, ci conduce poi lungo la Via Dolorosa, che dalla Chiesa della Flagellazione ripercorre la Via della Croce fino al luogo della fine terrena, bevuta fino all’ultima goccia dal calice più amaro che la Storia ricordi.

I bagagli sono arrivati. Lasciando l’aeroporto indovino i volti di ognuno sulla via del ritorno: facce tirate, occhi stanchi, labbra silenziose. La memoria va a ripescare l’alzataccia del venerdì per la Messa mattutina alla Basilica del Santo Sepolcro. L’intimità con un luogo non arriva a comando. Alle cinque del mattino ancora meno. Magari trascorri buona parte della giornata a chiederti perchè la stanchezza ti abbia distratto così tanto, cullata dall’oscurità che avvolge la Cappella del Calvario, abbarbicata sulla sinistra, e quella dell’Apparizione di Gesù alla Madre sul transetto di destra. In questi casi, un’ora di Via Crucis in latino non aiuta. E neanche i cori degli ortodossi che si impastano con la fine delle nostre litanie, secondo una rigida pianificazione di orari immutata nei secoli e volta a suddividere equamente la giurisdizione liturgica tra noi latini, gli armeni, i copti e appunto i greci-ortodossi. E poi, dopo una lunga coda, arrivi finalmente ad appoggiare la tua mano su quella lastra di marmo. E all’improvviso la commozione ti esplode nel cuore. Nonostante gli spintoni, il custode che ti strappa bruscamente dal Sepolcro e la fretta con cui tutto sembra essersi consumato, l’intimità con il Luogo Santo è tornata. Il Sito della Tomba è diventato Chiesa della Risurrezione, come viene chiamata in arabo.

Gli ultimi giorni del pellegrinaggio sembrano soprattutto volerci scaldare il cuore. Per tenere viva in eterno la fiammella della Speranza nonostante tutto, per farci fare esperienza di intimità con un Dio vicino a noi, sull’esempio di quella Giovane Donna che a Nazareth accolse nel suo grembo il Verbo fatto carne e di Giuseppe il falegname, la cui statua pensierosa spalleggiata dall’angelo che lo rassicura, guarda da lontano la Basilica dell’Annunciazione. Quello che resta della casa di Maria è lì per noi, offerto per la nostra adorazione della Croce. In quei momenti non si può non pensare alla Grotta della Natività di Betlemme. Guardacaso la Chiesa che la circonda è l’unica Basilica cristiana della zona che resistette all’assalto persiano, si dice a causa di un affresco raffigurante i Re Magi vestiti proprio da persiani e la loro conseguente decisione di non abbattere il luogo che lo conteneva. La fantasia di Dio.

“We are hoping that: if you enter here as a tourist, you would exit as a pilgrim. If you enter here as a pilgrim, you would exit as a holier one.” (“Questo ci auguriamo: se entri in questo luogo come turista, che tu possa uscire come pellegrino. E se entri come pellegrino, che tu possa uscire come uomo più santo”). Scritta su una semplice striscia di carta appesa all’ingresso interno della Basilica, questa frase arriva come una freccia dritta al cuore. E ci accompagna quando ci facciamo anche noi piccoli per scendere lungo lo stretto cunicolo che ci conduce alla roccia della Nascita, ma anche quando entriamo nel più importante Ospedale Pediatrico della zona, il Caritas Baby Hospital, e tocchiamo con mano la Provvidenza che si prende cura dei tantissimi Bambini Gesù bisognosi di cure e di amore. Palestinesi o isreaeliani che siano. Il muro eretto tra i due territori è diventato con gli anni vera e propria “icona della stupidità”, per dirla con Suor Donatella, italiana di Bassano del Grappa e da dieci anni direttrice dell’Ospedale. Nulla può contro l’odio millenario, se non una Trasfigurazione. Il Tabor ci aspetta e lassù pregheremo anche per loro.

Dal monte scendiamo a piedi, immersi nell’oscurità dei tornanti. A braccetto, cellulari alla mano, tre o quattro lucine che ci illuminano il cammino. Risate e canzoni più o meno stonate a fare da colonna sonora alla discesa. Ci lasciamo alle spalle l’Immensità Creatrice che si è appena spalancata davanti a noi, il privilegio di una visione dall’alto che ti incanta, ti blocca il respiro, ti ridimensiona. Quanto è difficile ora sentirsi pronti a tornare nel mondo. Eppure lo stiamo già facendo. Abbracciati a questi compagni di percorso, tre frati davanti a noi a indicarci la via. Era tutto vero, allora. Siamo i discepoli amati.

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